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La cura come via di trasformazione: la visione di Chiara Giaccardi nelle Linee Guida per la Didattica Digitale Inclusiva e Sostenibile

La cura come via di trasformazione: la visione di Chiara Giaccardi nelle Linee Guida per la Didattica Digitale Inclusiva e Sostenibile

A seguito della pubblicazione delle *[Linee Guida per la Didattica Digitale Inclusiva e Sostenibile](https://fcagrigentotrapani.it/2024/08/01/drop-in-pubblicate-le-linee-guida-per-la-didattica-digitale-inclusiva-e-sostenibile/) (disponibili qui)*, la Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani continua il suo impegno nel promuovere una riflessione profonda sull’evoluzione del sistema educativo. La sfida contemporanea non riguarda solo l’integrazione delle tecnologie digitali nella didattica, ma anche il modo in cui esse possono essere utilizzate per immaginare nuovi modelli educativi, capaci di rispondere alle complesse esigenze sociali, culturali e ambientali del nostro tempo. In questa direzione, Chiara Giaccardi, Professoressa Ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, ci offre una postfazione illuminante che invita a riconsiderare il ruolo dell’educazione nel mondo iperconnesso in cui viviamo.

La cura come via di trasformazione

A cura di *Chiara Giaccardi *Professoressa Ordinaria di Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Sociologia e Antropologia dei media e dirige la rivista "Comunicazioni Sociali - Journal of Media, Performing Arts and Cultural Studies". Fa parte del Centro di Ricerca ARC Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies.

"Viviamo in un mondo ormai completamente digitalizzato. Questo è un dato di fatto, e riconoscere i caratteri del nostro ambiente è la condizione per abitarlo in modo sensato: un modo che non sia solo di adattamento, ma di adozione, di immaginazione creativa.

Il sistema educativo fatica a cogliere le opportunità che, accanto agli innegabili rischi, il  presente ci può offrire. Si tende a utilizzare i nuovi strumenti sulla traccia dei vecchi percorsi, mentre la sfida che abbiamo davanti è quella di ridisegnare il modo di insegnare, di imparare, di apprendere. Superando gli steccati che stanno causando sempre più disaffezione, difficoltà, disuguaglianze, abbandoni: steccati tra le discipline, tra i ruoli (chi insegna e chi impara), tra la teoria e la pratica, l’astrazione e la concretezza, il momento della formazione e quello del lavoro.

La complessità crescente del mondo in cui viviamo richiede l’impegno di una formazione permanente, e la formazione non può più prescindere dal concreto coinvolgimento con la realtà, né relegarlo in una fase successiva.

Non c’è quindi nessuna possibilità di procedere sensatamente nel nuovo ambiente tecnologico segnato dai pervasivi processi di digitalizzazione, e da una consapevolezza planetaria che ci richiama alla questione di una sostenibilità insieme ambientale e sociale, senza una revisione profonda dei processi educativi e formativi.

La sfida è quella di capacitare le nuove generazioni e renderle corresponsabili della costruzione  di un nuovo pensiero e di nuove forme di azione all’altezza della complessità del mondo che abbiamo costruito. Una sfida che non può non avere riflessi sulle pratiche educative: occorre prendere atto del fatto che gli schemi consolidati del secolo scorso non bastano più. C’è  bisogno di tenere insieme i diversi aspetti della realtà e di superare le logiche specialistiche e localistiche.

Oggi quello che serve non sono più tecnici specializzati, ma  più persone capaci di uno sguardo d’insieme; capaci di immaginare diversamente, di affrontare i problemi in modo critico e creativo; capaci di collaborare, di valorizzare le diversità e i talenti di ciascuno per trovare vie nuove; capaci di mobilitare la capacità contributiva di ciascuno - e questa, forse, è la forma più autentica ed efficace di inclusione.

Serve la  consapevolezza che l’atto di educare non è un addestramento a performare efficacemente nel mondo così com’è, ma una via di cambiamento che si pone in antitesi a ogni automatismo. Una via che  richiede la capacità di ricostituire prima di tutto  la capacità di prestare attenzione, in un mondo in cui l’attenzione è frammentata, diseducata, requisita da stimoli continui, mercificata. E, di conseguenza, saper rigenerare  l’attitudine al discernere, desiderare, creare.

Bernard Stiegler opportunamente sottolineava l’assonanza tra penser (pensare) e panser (medicare, curare).  Nel mondo ipercomplesso è fondamentale prendersi cura del pensiero, della capacità di pensare. E il compito del pensiero è la cura: prendersi cura dei legami di tutto con tutto, delle connessioni che ci legano all’ambiente, al passato e al futuro, tra di noi, ai diversi campi del sapere, alla concretezza dei nostri mondi situati e insieme al pianeta e ai popoli di cui condividiamo il destino.

Educare è allora consentire un’esperienza entusiasmante che permetta di immaginare diversamente, mettere in discussione, porre domande, ideare soluzioni, trovare nuove connessioni.  L’insegnamento non è solo trasmetter conoscenze, ma accendere  la passione di un sapere che dà sapore alle nostre vite: un saper pensare che non è disgiunto da un saper fare e da un saper vivere.

C’è un nesso inscindibile, ormai lo si è compreso, tra conoscenza ed esperienza. Si apprende in teoria e in pratica. La teoria, per quanto necessaria, non basta. Astratto e concreto non sono poli separabili, tantomeno incompatibili, ma le due facce del continuo processo di apprendimento. In un mondo che cambia rapidamente, occorre superare l’idea che prima si impara (studio) e poi si applica (lavoro) per acquisire piuttosto il senso di una processualità formativa che si regge sulla circolarità tra conoscenza ed esperienza.  Il presupposto è «apprendere ad apprendere», come insegnava Gregory Bateson. Per questo, il percorso formativo ha bisogno di un rapporto diretto con la realtà concreta, le sue domande, la sua complessità, la sua contingenza.

Lo sviluppo intellettivo coinvolge il corpo, la mente, le mani, il cervello. Il concreto e l’astratto sono in perenne dialogo tra loro. E la competenza cognitiva comporta la capacità di risolvere problemi e gestire difficoltà, ma anche quella di trovare nuovi problemi e immaginare nuove soluzioni.

Sviluppare l’immaginazione, la creatività, la risoluzione dei problemi, la sperimentazione sono  tutte attitudini essenziali per porre le domande giuste a problemi imprevisti e riuscire a sviluppare nuove soluzioni.  Nel contesto complesso in cui viviamo, che abbiamo chiamato “supersocietà”, più che le abilità necessarie per far funzionare un dato macchinario o per svolgere una determinata mansione (destinate a rapida obsolescenza o a sostituzione robotica), servono la capacità di comprendere il contesto, di trovare soluzioni alternative, di sviluppare creativamente e collettivamente nuove  applicazioni.

In un momento in cui le competenze cambiano rapidamente, l’educazione serve per ricostituire un nuovo punto di incontro tra domanda di realizzazione personale ed esigenze sociali. Non bastano le competenze (skills): serve anche una capacità di pensiero, di critica costruttiva. Le competenze di per sé rischiano di essere puramente strumentali al buon funzionamento di un sistema che è sempre più entropico. Invece, come scriveva Bernard Stiegler, “per contrastare le potenti spinte entropiche che attraversano il mondo contemporaneo abbiamo bisogno di una nuova forma di educazione, che chiamiamo «epimeletica».”

L’etimologia della parola greca che corrisponde a cura è illuminante. Epimeleia, da  Melete, la musa della contemplazione, è  un termine «integrale» che ha molto a che fare con l’educazione, e che ha almeno tre dimensioni, che potremmo definire epistemologica, esistenziale e politica - tre accezioni che illuminano aspetti diversi nella loro reciproca interazione.

Una prima dimensione riguarda l’attenzione, il sapere vedere: per prendersi cura occorre prima di tutto fermarsi, superare le distrazioni, far uscire dall’invisibilità gli aspetti della realtà non immediatamente evidenti. Coinvolgendosi, la stessa percezione cambia rispetto alla postura distaccata dell’ osservatore esterno. Da accanto, dal di dentro e insieme si vede diversamente. E bisogna prendersi il tempo, perché la velocità, la frenesia, l’ossessione per il risultato sono nemiche dell’attenzione.

La seconda dimensione è quella della sollecitudine, del dedicarsi, dello spendersi: dell’affezione, dell’investimento libidico in un mondo in cui s’intende sempre più a spegnersi, al “pallore esistenziale”, al ritiro sociale.  Anche i giovani, e questo è molto preoccupante.

E la terza riguarda l’impegno, la capacità di investire le proprie energie, come attribuzione di valore; di coinvolgere altri, di mobilitarsi, di esercitare un impatto e un cambiamento. Una dimensione pubblica e, se vogliamo, anche politica della cura.

È questa la dinamica educativa per eccellenza, che consente di formarsi. Cioè di prendere forma, di coltivare la propria unicità nella relazione con altri. Ovvero di  individuarsi e coindividuarsi, dando forma a un contesto. Non in maniera oppositiva (l’identità minacciata dall’alterità), ma collaborativa.

Per questo educare non è “conformare” ma “trasformare” (rigenerare il sapere, modificare i contesti) e trasformarsi, insieme. L’educazione riuscita, scriveva ancora Stiegler, è sempre una coindividuazione, che può avere luogo quando chi lo trasmette si lascia reincantare dal proprio sapere, lo reinterroga e rigenera alla luce delle nuove domande, ed è disposto a entrare con le generazioni più giovani  in una dinamica aperta di reciprocità trasformativa.

Ripensare l’educazione alla luce di queste intuizioni è un compito enorme, ma non c’è altra scelta. Lo squilibrio rispetto al sistema tecnico è destinato a esplodere se la formazione delle persone non sarà adeguata ad affrontare le nuove situazioni. E non si tratta di introdurre qualche piccolo aggiustamento, bensì di ridisegnare per intero il percorso e la fisionomia del processo formativo.

Se è vero, come ha insegnato Jean Piaget, che «la conoscenza è un processo di costruzione continua» allora è necessario aggiornare i nostri sistemi formativi alle esigenze del mondo in cui viviamo e pensare alla formazione permanente come una delle condizioni della sostenibilità sociale.

Una formazione che sempre più va pensata come integrale: rispetto alla costruzione della persona e del suo progetto di vita nel lungo periodo; rispetto alla molteplicità degli attori coinvolti e alle alleanze che la possono sostenere; rispetto al concreto coinvolgimento della comunità, come il progetto Drop-in ha ben intuito e realizzato.

Si tratta di un caso emblematico, perché allarga i confini dell’immaginazione educativa e sposta  i confini della fattibilità. Kant sosteneva che ciò che è reale è possibile, e progetti come questo possono svolgere un ruolo esemplare nel riconfigurare la frontiera tra possibile e impossibile, tra fattibile e utopico, e ispirare nuovi processi, oggi più che mai necessari, in questa direzione".

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Le Linee Guida per la Didattica Digitale Inclusiva e Sostenibile, [disponibili a questo link,](https://drive.google.com/file/d/14bNobx3aKkmC7oJI8V8M6UqrRAZxIN7A/view?usp=sharing) mirano a fornire orientamenti chiari e pratici a coloro i quali aspirano a implementare attività laboratoriali focalizzate sulla didattica digitale inclusiva e sostenibile. Sono concepite per diffondere e promuovere l’esperienza di Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani e guidare scuole, enti del terzo settore e altri soggetti interessati ad approcci innovativi nell'insegnamento digitale.

Sono il frutto dell’impegno di Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani sul tema cominciato con Drop-in, progetto selezionato da CON I BAMBINI nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile e co-finanziato dalla Fondazione Peppino Vismara.

Se vuoi continuare a seguire le attività del progetto Drop-In leggi la *scheda progetto*, seguici sui nostri canali social *Facebook* e *Instagram* e sul blog *Percorsi Con i Bambini*.

Per partecipare o avere ulteriori informazioni contatta Giuseppe La Rocca g.larocca@fcagrigentotrapani.it

🇬🇧 English Version

Following the publication of the Guidelines for Inclusive and Sustainable Digital Education (available here), the Community Foundation of Agrigento and Trapani continues its commitment to fostering a profound reflection on the evolution of the educational system. The contemporary challenge is not just about integrating digital technologies into teaching, but also about how they can be used to imagine new educational models that can address the complex social, cultural, and environmental needs of our time. In this context, Chiara Giaccardi, Full Professor of Sociology of Cultural and Communicative Processes at the Università Cattolica del Sacro Cuore, offers us an illuminating postscript that invites us to reconsider the role of education in the hyperconnected world we live in.

Care as a Pathway to Transformation

By Chiara Giaccardi Full Professor of Sociology of Cultural and Communicative Processes at the Università Cattolica del Sacro Cuore, where she teaches Sociology and Anthropology of Media and directs the journal Comunicazioni Sociali - Journal of Media, Performing Arts and Cultural Studies. She is part of the ARC Centre for the Anthropology of Religion and Generative Studies.

We live in an entirely digitized world. This is a fact, and recognizing the characteristics of our environment is essential to inhabit it in a meaningful way—a way that is not just about adapting but about adopting and creatively imagining it.

The educational system struggles to grasp the opportunities that, alongside undeniable risks, the present offers us. There is a tendency to use new tools along the paths of old methods, while the challenge ahead is to redesign the way we teach, learn, and acquire knowledge. We need to go beyond the barriers that are causing increasing disengagement, difficulties, inequalities, and dropouts: barriers between disciplines, roles (teacher and learner), theory and practice, abstraction and concreteness, and between the time of education and the time of work.

The growing complexity of the world we live in calls for a commitment to lifelong learning, and learning can no longer exclude direct engagement with reality or relegate it to a later stage.

Thus, there is no sensible way to move forward in this new technological environment, marked by pervasive digitalization processes and a planetary awareness that calls us to address both environmental and social sustainability, without a profound revision of educational and training processes. The challenge is to empower new generations and make them co-responsible for building new ways of thinking and acting that are up to the complexity of the world we have created. This challenge must reflect on educational practices: we must acknowledge that the established frameworks of the last century are no longer sufficient. We need to bring together different aspects of reality and overcome specialized and localized logic.

Today, what is needed is no longer just specialized technicians but people capable of a comprehensive vision; people who can imagine differently, approach problems critically and creatively; people capable of collaboration, of valuing diversity and each person’s talents to find new pathways; people capable of mobilizing everyone’s contributive abilities—this, perhaps, is the most authentic and effective form of inclusion.

We must recognize that education is not about training to perform effectively in the world as it is, but a pathway of change that opposes automatism. A path that requires the ability to restore, above all, the ability to pay attention in a world where attention is fragmented, miseducated, requisitioned by constant stimuli, commodified. And consequently, the ability to regenerate the capacity to discern, desire, and create.

Bernard Stiegler aptly highlighted the resonance between penser (to think) and panser (to care). In a hypercomplex world, it is essential to care for thought, for the ability to think. And the task of thought is care: taking care of the links between everything—our connections to the environment, the past and the future, to one another, to different fields of knowledge, to the concreteness of our situated worlds, and to the planet and peoples with whom we share a destiny.

Education, then, is about enabling an exciting experience that allows us to imagine differently, challenge assumptions, ask questions, design solutions, and find new connections. Teaching is not just about transmitting knowledge but about igniting a passion for knowledge that gives meaning to our lives—a knowing that is not separate from a way of doing and living.

There is now an inseparable link, which we have come to understand, between knowledge and experience. We learn both in theory and in practice. Theory, though necessary, is not enough. Abstract and concrete are not separable, much less incompatible, but are two sides of the continuous process of learning. In a rapidly changing world, we must move beyond the idea that we first learn (study) and then apply (work), and instead embrace the notion of a formative process based on the circularity between knowledge and experience. The underlying principle is to "learn how to learn," as Gregory Bateson taught. For this reason, the educational path must have a direct relationship with the concrete reality, its questions, its complexity, and its contingencies.

Intellectual development involves the body, the mind, the hands, the brain. The concrete and the abstract are in perpetual dialogue. Cognitive competence involves not only the ability to solve problems and manage difficulties but also to find new problems and imagine new solutions.

Developing imagination, creativity, problem-solving, and experimentation are all essential attitudes for asking the right questions to unexpected problems and for developing new solutions. In the complex context in which we live—what we have called the “supersociety”—what is needed are not just the skills to operate a given machine or to carry out a specific task (which are destined to rapid obsolescence or robotic replacement), but the ability to understand the context, to find alternative solutions, and to creatively and collectively develop new applications.

At a time when competencies are rapidly changing, education is necessary to re-establish a new meeting point between the demand for personal fulfillment and societal needs. Skills alone are not enough: we also need the ability to think critically and constructively. Competencies by themselves risk becoming merely instrumental to the efficient functioning of an increasingly entropic system. Instead, as Bernard Stiegler wrote, "to counteract the powerful entropic forces of contemporary society, we need a new form of education, which we call ‘epimeletic’.”

The etymology of the Greek word for care is enlightening. Epimeleia, from Melete, the muse of contemplation, is an "integral" term closely related to education and encompasses at least three dimensions: epistemological, existential, and political—three meanings that illuminate different aspects in their reciprocal interaction.

The first dimension concerns attention, the ability to see: to care, one must first stop, overcome distractions, and bring to light aspects of reality that are not immediately evident. Involvement changes perception, unlike the detached posture of the external observer. When you look from within, together, you see differently. And it requires time because speed, frenzy, and obsession with results are the enemies of attention.

The second dimension is that of solicitude, of dedication, of spending oneself: affection, emotional investment in a world that increasingly seems to be extinguishing itself, succumbing to "existential pallor" and social withdrawal—especially among the young, which is particularly worrying.

The third dimension concerns commitment, the ability to invest one's energies, as an attribution of value; to involve others, to mobilize, to exercise impact and change—a public and, if we wish, political dimension of care.

This is the quintessential educational dynamic, which allows for the shaping of oneself: to take form, cultivate one’s uniqueness in relation to others. In other words, to individuate and co-individuate, shaping a context. Not in opposition (identity threatened by otherness) but in collaboration.

For this reason, education is not about "conforming" but about "transforming" (regenerating knowledge, modifying contexts) and transforming oneself, together. Successful education, Stiegler also wrote, is always co-individuation, which can take place when the one who transmits knowledge allows themselves to be re-enchanted by it, re-examines it, and regenerates it in light of new questions, and is willing to enter into an open, transformative reciprocity with younger generations.

Rethinking education in light of these insights is an enormous task, but there is no other choice. The imbalance between our technical system and our capacity to adapt is bound to explode if people’s education is not adequate to meet new situations. And it is not about making minor adjustments, but about entirely redesigning the trajectory and structure of the educational process.

If, as Jean Piaget taught, "knowledge is a process of continuous construction," then it is necessary to update our educational systems to meet the needs of the world we live in and to view lifelong learning as one of the conditions for social sustainability.

Education must increasingly be conceived as integral: in relation to the construction of the person and their life project over the long term; in relation to the multiplicity of actors involved and the alliances that can support it; and in relation to the concrete involvement of the community, as the Drop-in project has intuitively realized and implemented.

This is an exemplary case because it expands the boundaries of educational imagination and shifts the limits of feasibility. Kant believed that what is real is possible, and projects like this can play an exemplary role in reconfiguring the frontier between the possible and the impossible, between the feasible and the utopian, and inspire new processes, which are more necessary than ever today, in this direction.

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The Guidelines for Inclusive and Sustainable Digital Education, [available at this ,](https://drive.google.com/file/d/14bNobx3aKkmC7oJI8V8M6UqrRAZxIN7A/view?usp=sharing) aim to provide clear and practical guidance for those looking to implement workshop-based activities focused on inclusive and sustainable digital education. They are designed to spread and promote the experience of the Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani and to guide schools, third-sector organizations, and other entities interested in innovative approaches to digital teaching.

They are the result of the ongoing commitment of the Fondazione Comunitaria di Agrigento e Trapani to this topic, which began with Drop-in, a project selected by CON I BAMBINI as part of the Fund to Combat Educational Poverty in Children, co-funded by the Fondazione Peppino Vismara.

If you want to stay updated on the activities of the Drop-In project read the *project overview*, follow us on our social media channels (*Facebook* and *Instagram*) and on the blog *Percorsi Con i Bambini*.

To participate or for further information, contact Giuseppe La Rocca at g.larocca@fcagrigentotrapani.it

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